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Il japa: ripetere un mantra undicimila volte
Parte 9 di 10 · 2 ottobre 2024 · 3 minuti di lettura

Ascoltalo, 4 minuti
In breve
Japa significa ripetere: un mantra detto un numero fissato di volte, di solito undicimila nel Kundalini Yoga, distribuite su più giorni. Si comincia spesso da un incontro di gruppo che può durare ore, poi si continua da soli. Il conteggio si fa con un mala di centootto grani, e il tempo si calcola cronometrando una ripetizione.
Japa viene dal sanscrito e significa mormorare, recitare sottovoce. Nella pratica vuol dire prendere un mantra e ripeterlo un numero stabilito di volte, sempre uguale, finché il numero non finisce.
Nel Kundalini Yoga la cifra è undicimila. Hai letto bene!
Perché un numero
Perché toglie di mezzo la domanda che rovina qualunque pratica: quanto devo andare avanti ancora?
Con un numero stabilito non decidi più niente ogni giorno. C’è un totale, sottrai, vai avanti. Funziona come i tempi cronometrati in classe, dove il limite lo mette la sequenza e non la tua voglia.
Come si comincia
Quasi sempre da un incontro di gruppo, che può durare qualche ora o una giornata intera. Lì impari la pronuncia esatta, prendi il ritmo, e senti che effetto ti fa il mantra quando lo reggono altre voci.
In gruppo succede una cosa che a casa non ottieni (e non è poco): dopo un po’ non riconosci più la tua voce fra le altre, e insieme alla voce perdi di vista anche la tua faccenda personale.
Poi si continua a casa, con l’energia e la direzione di quell’inizio.
Come si organizza
Uno. Scegli il mantra — di solito è quello dell’incontro. Sat Nam, Ardas Bhai, Aad Guray Nameh, Ra Ma Da Sa.
Due. Cronometra una singola ripetizione.
Tre. Moltiplica per undicimila.
Se una ripetizione dura cinque secondi, il totale è di cinquantacinquemila secondi: poco più di quindici ore. Distribuite su un mese fanno mezz’ora al giorno: fattibile, vero?
Quattro. Conta con un mala, la collana da centootto grani: un grano a ogni ripetizione, un giro dopo l’altro. A mente non funziona: chi tiene il conto è proprio quel pezzo di testa che dovrebbe smettere di lavorare…

Che cosa succede, per fasi
Le prime ore sono noiose… e va bene così! La noia è il primo effetto ed è anche il primo ostacolo.
Poi arriva la fase in cui il mantra si stacca dal significato. Le sillabe smettono di voler dire qualcosa e restano suono e ritmo. Da lì in poi la ripetizione va avanti da sola, e la testa ha spazio per fare altro — di solito comincia a tirare fuori cose che teneva da parte.
Verso la fine, a quasi tutti, il mantra continua anche quando smetti: te lo senti dentro mentre lavi i piatti, mentre guidi, mentre ti addormenti. Vuol dire che ha preso!
Sulla scienza, una precisazione
Su questa pagina, in passato, c’era un elenco di studi con nomi di ricercatori e riviste a sostegno del japa: telomerasi, melatonina, amigdala, neuroplasticità.
Quelle citazioni erano sbagliate — attribuite a riviste che non le hanno pubblicate, o riferite a pratiche diverse. Le ho tolte.
La ricerca affidabile su questa tradizione riguarda quasi soltanto il Kirtan Kriya, e l’ho raccolta in Quello che dicono gli studi. Sul japa in sé non c’è niente da citare, e alla pratica non toglie niente: undicimila ripetizioni ti cambiano lo stesso, senza bisogno di un grafico.
Da dove viene
Il japa è imparentato con pratyahara, uno degli otto passi dello yoga di Patanjali: il ritiro dei sensi dal mondo esterno. Ripetere un suono per ore è il modo più concreto di arrivarci: non chiudi niente, è che non ti resta banda per il resto.
Gli altri mantra e il modo di usarli stanno qui, e il percorso dell’anno è Le scintille della Fenice.
In sala si canta insieme il lunedì, dalle 19.30 alle 21.00, in Vico San Domenico Soriano a Napoli: orari e quote.